Dov’è Mario?

Poveri radical chic, pigliati per il culo anche dal genio Guzzanti.
Chissà come si sente la radical chic che ha il figlio genio, gli amici geni, i colleghi poeti, il marito idiota, l’amante con 35 cm di pene.
Quella che è poeta, fotografa, attrice, artista, donna in carriera, senza dimenticare di esser una mamma attenta e dolce, mica come le altre, lei è speciale, lei è una mamma radical chic.
Quella che va agli eventi solo per poterlo scrivere su Facebook.
“Ragazzi oggi sono stata al raduno delle marmotte castrate che dipingono quadri cinesi con i baffi”.
E poi continua a votare PD perché è di sinistra.
Che gente depressa.
Vi meritate Benigni e Cacciari!

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La 25ª ora

Proseguiamo verso ovest… andiamo avanti fino a quando non troviamo una bella cittadina… quelle città nel deserto, lo sai perché sono nate? Perché la gente voleva andar via da qualche altro posto. Nel deserto si può ricominciare. Troviamo un bar e ci facciamo un bicchiere… Sono due anni che non bevo, ma berrò un bicchiere con te, un ultimo Whisky col mio ragazzo… lo beviamo piano, assaporiamo il malto, lo tratteniamo in bocca… e poi me ne andrò. E Non dovrai mai scrivermi, ne venire a trovarmi, io credo nel regno dei cieli, e credo che rivedrò te e tua madre, ma non in questa vita. Troverai un lavoro da qualche parte, pagato sotto banco, un padrone che non fa domande, ti farai una nuova vita e non tornerai mai indietro. Monty tu piaci alla gente, è un dono che hai, trovi amicizie dovunque tu vada. Lavorerai sodo, non ti farai notare e terrai la bocca chiusa. troverai una nuova casa laggiù. Tu sei un Newyorkese, questo non potrai cambiarlo mai, hai New york nelle vene. Passerai il resto della vita nel deserto ma resterai sempre un Newyorkese. Ti mancheranno gli amici, ti mancherà il tuo cane, ma sei forte! hai la stoffa di tua madre, sei forte come lo era lei. Troverai le persone giuste e avrai de nuovi documenti, una nuova patente. Dimenticherai la tua vecchia vita, non puoi tornare, non puoi telefonare, non puoi scrivere, non dovrai mai guardarti indietro, ti farai una nuova vita e la vivrai, vivrai la tua vita come avrebbe dovuto essere… e forse, anche se è pericoloso, forse… dopo un paio di anni, manderai a chiamare Naturelle. Avrai dei bambini e li tirerai su come si deve, mi senti? Li farai vivere bene, darai loro quello di cui hanno bisogno. Avrai un figlio maschio, magari lo chiamerai James.. è un bel nome, un nome forte! E forse un giorno, tra tanti anni, dopo che io sarò morto e sepolto accanto alla tua cara mamma, riunirai tutta la tua famiglia e dirai loro la verità, chi sei e da dove sei venuto. Gli racconterai tutta la storia e poi gli chiederai se si rendono conto di quanto siano fortunati ad essere li… C’è mancato poco che non succedesse mai… C’è mancato poco che non succedesse mai…

 

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Io già ti amavo – R.P.

Da bambino avrei dovuto imparare a suonar il piano,
con chiaro di luna ti avrei sicuramente conquistato
e forse, forse non avresti fatto caso ai miei dubbi,
alle mie incertezze da essere umano,
forse ci avresti riso un po’ su,
forse ripensando a quelle note,
non avresti dato peso alle mie stupide parole.
Ora, io il piano non so suonarlo,
ma scrivere tre parole di fila riesco ancora a farlo.
E quindi volevo dirti che
prima di ascoltare la tua voce,
ancor prima di vederti e prenderti per mano,
io già ti amavo.
Prima di baciarti, di portarti tra i vicoli di Napoli,
prima di dirti ti amo o di vederti piangere,
prima di accarezzarti,
prima che tu dessi un senso alle mie giornate,
si, io prima di tutto questo già ti amavo.
Ti amavo nei miei momenti tristi,
nei miei momenti di solitudine,
nei miei patetici momenti di conflitti esistenziali.
Quando avevo bisogno di una carezza e non c’eri.
Quando desideravo un abbraccio e non potevi farlo.
Quando ai miei fallimenti mancava il tuo sorriso.
Quando le mie mani sognavano di stringere altre mani.
Io in tutti quei momenti, già ti amavo.
Perché era di te che avevo bisogno,
eri tu la donna che sognavo ogni notte
che veniva a prendermi in una stazione come tante.
Eran le tue parole sussurrate che mi servivano per risorgere,
E darei via tutti i miei stupidi anni per un solo giorno passato accanto a te.

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Il cucciolo Alfredo – Lucio Dalla

Tra le case e i palazzi di una strada d’inferno
Si vede una stella tanto bella e violenta
Che si dovrebbe vergognare.
Televisori e cucine, così uguali,
Con i denti di bocca di uno venuto dal centro
In cerca di un dramma da annusare.
Il cucciolo Alfredo, avvilito e appuntito,
Con i denti da lupo tradito,
Ci pensa un attimo e poi sale,
Si tratta di un giovane autobus dall’aspetto sociale
E il biglietto gratuito
Regalo di un’amministrazione niente male.
Nemmeno Natale è una sera normale
Con gli occhi per terra la gente prepara la guerra.
C’è guerra nei viali del centro,
Dove anche il vento è diverso,
Son diversi gli odori per uno che viene da fuori
Un grande striscione con uno scudo e una croce
E una stella cometa,
La reclame di una dieta,
Pistola alla mano la città si prepara
A sommare il danaro,
A una giornata più amara.
Alla quarta fermata,
Senza nessuna ragione,
Scendendo deciso
Sorride a uno scherzo di donna,
A un amico che alle sette di sera,
Dopo più di tre anni è appena uscito di galera.
Il complesso cileno affisso sul muro
Promette spettacolo, un colpo sicuro.
La musica andina, che noia mortale,
Sono più di tre anni che si ripete sempre uguale,
Mentre il cucciolo Alfredo canta in modo diverso
La canzone senza note di uno che si è perso:
Canzone diversa ma canzone d’amore,
Cantata tra i denti, da cuore a cuore.
Se la sua è cattiveria io la prendo per mano,
Ce ne andremo lontano
Se la sua è cattiveria io la prendo per mano,
Ce ne andremo lontano
Se la sua è cattiveria io la prendo per mano,
Ce ne andremo lontano

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Eterna presenza – Pedro Salinas

Non importa che non ti abbia,
non importa che non ti veda.
Prima ti abbracciavo,
prima ti guardavo,
ti cercavo tutta,
ti desideravo intera.
Oggi non chiedo più
né alle mani, né agli occhi,
le ultime prove.
Di starmi accanto
ti chiedevo prima,
sì, vicino a me, sì,
sì, però lì fuori.
E mi accontentavo
di sentire che le tue mani
mi davano le tue mani,
che ai miei occhi
assicuravano presenza.
Quello che ti chiedo adesso
è di più, molto di più,
che bacio o sguardo:
è che tu stia più vicina
a me, dentro.
Come il vento è invisibile, pur dando
la sua vita alla candela.
Come la luce è
quieta, fissa, immobile,
fungendo da centro
che non vacilla mai
al tremulo corpo
di fiamma che trema.
Come è la stella,
presente e sicura,
senza voce e senza tatto,
nel cuore aperto,
sereno, del lago.
Quello che ti chiedo
è solo che tu sia
anima della mia anima,
sangue del mio sangue
dentro le vene.
Che tu stia in me
come il cuore
mio che mai
vedrò, toccherò
e i cui battiti
non si stancano mai
di darmi la mia vita
fino a quando morirò.
Come lo scheletro,
il segreto profondo
del mio essere, che solo
mi vedrà la terra,
però che in vita
è quello che si incarica
di sostenere il mio peso,
di carne e di sogno,
di gioia e di dolore
misteriosamente
senza che ci siano occhi
che mai lo vedano.
Quello che ti chiedo
è che la corporea
passeggera assenza,
non sia per noi dimenticanza,
né fuga, né mancanza:
ma che sia per me
possessione totale
dell’anima lontana,
eterna presenza.

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La regina – Pablo Neruda

Io ti ho nominato regina.
Ve n’è di più alte di te, di più alte.
Ve n’è di più pure di te, di più pure.
Ve n’è di più belle di te, di più belle.
Ma tu sei la regina.
Quando vai per le strade
nessuno ti riconosce
Nessuno vede la tua corona di cristallo, nessuno guarda
il tappeto d’oro rosso
che calpesti dove passi,
il tappeto che non esiste.
E quando t’affacci
tutti i fiumi risuonano
nel mio corpo, scuotono
il cielo le campane,
e un inno empie il mondo.
Tu sola ed io
tu sola ed io, amor mio,
lo udiamo.

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Giochi tutti i giorni con la luce dell’universo – Pablo Neruda

Giochi tutti i giorni con la luce dell’universo.
Esile visitatrice, tu giungi nel fiore e nell’acqua.
Sei più di questa testolina bianca che stringo
come un grappolo tra le mie mani ogni giorno.

Non assomigli più a nessuna da quando ti amo.
Lasciati distendere tra ghirlande gialle.
Chi scrive il tuo nome con lettere di fumo
tra le stelle del sud?
Ah lasciati ricordare com’eri allora, quando ancora
non esistevi.

D’un tratto il vento ulula e colpisce la mia finestra chiusa.
Il cielo è una rete stracolma di pesci d’ombra.
Qui convergono tutti i venti, tutti.
La pioggia si spoglia.

Passano uccelli in fuga.
Il vento. Il vento.
lo posso contrastare solo la forza degli uomini.
Il temporale travolge in mulinelli foglie scure
e scioglie tutte le barche ormeggiate ieri sera nel cielo.

Tu sei qui. Ah tu non fuggi.
Tu mi risponderai fino all’ultimo grido.
Raggomitolati accanto a me come se avessi paura.
Eppure, talora, un’ombra strana ti è passata
negli occhi.
E ora, anche ora, piccola, mi porti rami di caprifoglio,
e persino i tuoi seni profumano.
Mentre galoppa il vento triste uccidendo farfalle
io ti amo e la mia felicità morde la tua bocca di prugna.

Quanto ti sarà costato abituarti a me,
alla mia anima solitaria e selvaggia, al mio nome che tutti evitano.
Tante volte abbiamo visto splendere l’astro baciandoci gli occhi
e piegarsi sul nostro capo i crepuscoli in ventagli giranti.
Le mie parole ti sono piovute addosso come carezze.
Amo da tempo ormai il tuo corpo di madreperla assolata.
Ti credo persino signora dell’universo.
Ti porterò dai monti fiori allegri, copihues,
nocciole scure e ceste silvestri di baci.

Voglio fare con te
quello che la primavera fa con i ciliegi.

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L’uomo dagli occhi meravigliosi – Charles Bukowski

Quando eravamo piccoli c’era una casa strana,
gli scuri erano sempre chiusi
non sentivamo voci venire da dentro.
Il giardino era pieno di canne di bambù,
ci divertivamo a giocare tra i bambù.
Fingevamo di essere Tarzan, anche se mancava Jane,
C’era un grande stagno con i pesci rossi più grassi del mondo.
Erano pesci addomesticati. salivano in superficie
per prendere dalle nostre mani le briciole di pane.
I nostri genitori ci avevano detto:
“Non avvicinatevi a quella casa.” Naturalmente ci andammo.
Ci chiedevamo se qualcuno ci abitasse
Passavano le settimane, ma non si vedeva nessuno,
un giorno sentimmo una voce provenire dalla casa:
“Maledetta puttana!” Era la voce di un uomo.
Poi la porta di casa si spalancò e l’uomo ne uscì.
Teneva una pinta di whisky nella mano destra.
Avrà avuto trent’anni.
Aveva un sigaro in bocca e la barba non rasata.
i suoi capelli erano ribelli e spettinati
ed era scalzo in canottiera e pantaloni.
Ma gli occhi erano luminosi, splendevano. E disse:
“Signorini! Spero vi stiate divertendo.”
Poi fece una risatina e tornò nella sua casa.
Ce ne tornammo nel giardino dei miei genitori per riflettere sulla cosa.
Arrivammo alla conclusione che i nostri genitori volevano tenerci lontani da lì,
perché non volevano che vedessimo un uomo come quello:
un uomo forte dagli occhi meravigliosi.
Si vergognavano di non essere come lui
per questo volevano tenercene alla larga.
Ma noi tornammo a quella casa e alle canne di bambù
e ai pesci addomesticati.
Tornammo tante volte e per molte settimane di seguito,
ma non vedemmo nè sentimmo più quell’uomo.
Gli scuri erano chiusi come sempre e tutto era silenzioso.
Un giorno mentre tornavamo da scuola vedemmo la casa.
Era bruciata, non era rimasto niente.
Solo delle fondamenta fumanti.
Corremmo allo stagno dei pesci rossi e non c’era più l’acqua.
I grassi pesci rossi erano morti.
Tornammo al giardino dei miei a parlarne.
Secondo noi i nostri genitori avevano bruciato la casa
avevano ucciso gli abitanti e avevano ucciso i pesci
perché era tutto troppo bello.
Avevano bruciato anche la foresta di bambù.
Avevano avuto paura dell’uomo dagli occhi meravigliosi.
Noi cominciammo a temere che per il resto della nostra vita
sarebbero successe cose come queste,
che nessuno avrebbe voluto persone belle come quell’uomo,
che gli altri non lo avrebbero permesso
e che molte persone sarebbero dovute morire.

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Tu mi possiedi – R.P.

Io non ti possiedo,
tu non sarai mai mia.
È come voler metter l’oceano in un secchio
oppure i sogni di un bambino in un cassetto.
Tu, invece, mi possiedi,
sarò per sempre tuo.
Puoi lanciarmi come un sasso nell’oceano
oppure rinchiudermi in un cassetto.

R.P.

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Ti amo come – Nazim Hikmet

Ti amo come se mangiassi il pane spruzzandolo di sale
come se alzandomi la notte bruciante di febbre
bevessi l’acqua con le labbra sul rubinetto
ti amo come guardo il pesante sacco della posta
non so che cosa contenga e da chi
pieno di gioia pieno di sospetto agitato
ti amo come se sorvolassi il mare per la prima volta in aereo
ti amo come qualche cosa che si muove in me
quando il crepuscolo scende su Istanbul poco a poco
ti amo come se dicessi Dio sia lodato son vivo.

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